Bruni L., La felicità è troppo poco. Note a margine del nostro capitalismo. [Review]

Luigino Bruni, 2017

Ospedaletto-Pisa: Pacini Editore

Recensione a cura di Giuseppe Tacconi

I cambiamenti che hanno interessato la nostra società negli ultimi decenni sono radicali. In particolare il capitalismo contemporaneo si differenzia da quello individualistico del XX secolo. Spostando l’attenzione dal lavoro al consumo ed enfatizzando l’ideologia del merito e dell’efficienza, questo sistema sociale ed economico è destinato a generare disuguaglianze crescenti e infelicità. Nella cornice di una riflessione globale su questo fenomeno, Luigino Bruni,Professore ordinario di Economia politica alla LUMSA di Roma, coordinatore del progetto Economia di Comunione del movimento dei Focolari ed editorialista, propone non solo un’attenta analisi ma anche possibili vie d’uscita che si rifanno al bisogno di una sorta di conversione culturale. L’Autore ci ha abituati da tempo a una riflessione molto stimolante sui nodi essenziali della nostra società e del nostro vivere insieme, attingendo spesso al patrimonio sapienziale della Bibbia e della tradizione cristiana (vedi, ad esempio, “La foresta e l’albero. Dieci parole per un’economia umana”, 2016 e “Fondati sul lavoro, 2014) per individuare traiettorie di senso e linee di azione. Le principali parole chiave della sua riflessione sono le seguenti: bene comune, reciprocità, dono, mercato, disuguaglianza, merito, emozioni, scuola, incentivi, management, impresa, utopia, famiglia, festa, virtù, ambiente, giustizia, povertà, vulnerabilità, profezia ecc. I significati connessi a tali parole vengono presentati attraverso uno stile divulgativo ed accattivante e consegnati come invito a pensare. Si possono ricavare spunti anche per guidare percorsi di riflessione nella scuola e nella Formazione Professionale: sulla gratuità nel lavoro, sull’importanza di resistere alla meritocrazia nelle politiche educative (perché spesso si scambia per merito una diversità di condizioni di partenza), sulla scuola come bene pubblico, sull’esigenza di contrastare l’anoressia di compassione che caratterizza la nostra società. È in particolare sul lavoro – così centrale nell’Istruzione e Formazione Professionale – che conviene soffermarsi. Bruni non smette infatti di sottolineare l’esigenza di una nuova (e insieme antica) cultura del lavoro che non smetta di alimentare fiducia nelle risorse morali e spirituali di chi lavora: «[…] lavorando diciamo a noi stessi e agli altri non solo che cosa facciamo, ma anche chi siamo; e se lavoriamo male diciamo male chi siamo, a noi e agli altri, perché lavorando male viviamo male, anche se questo lavorare male dipende dal fatto che lavoriamo nel posto sbagliato all’interno di rapporti sbagliati, senza poter esprimere la nostra vocazione, che è anche vocazione lavorativa: far in modo che ogni persona trovi la sua vocazione lavorativa è un dovere morale etico di ogni comunità educativa […], perché ne va di mezzo la nostra felicità, una felicità che non può cominciare solo quando torniamo a casa la sera o nel week-end, perché se non siamo felici quando e mentre lavoriamo, non possiamo esserlo veramente e pienamente neanche quando smettiamo di lavorare» (p. 44). Da qui il recupero dell’etica del lavoro ben fatto di cui ci ha splendidamente parlato Primo Levi e la sottolineatura del carattere di eccedenza di ogni vero lavoro: «Chi lavora e conosce il mondo del lavoro sa che il lavoro inizia veramente quando andiamo oltre la lettera del contratto e mettiamo tutti noi stessi nel preparare un pranzo, avvitare un bullone, pulire un bagno o fare una lezione in aula […]. Il lavoro è veramente tale e porta anche frutti di efficienza ed efficacia, quando esprime un’eccedenza rispetto al contratto e al dovuto, quando cioè è dono» (p. 47). Una tale concezione del lavoro è alla base di una visione relazionale della società e del potenziale umanizzante dei beni sociali, in cui una felicità non condivisa, solo nostra, è troppo poco.

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